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MESSAGGIO DI NATALE

16 de dezembro de 2014

Sono molto contenta di poter presentare, qui, un prezioso testo di uno ugualmente prezioso e grande amico, con chi ho avuto l´onore di lavorare per un periodo, ed ho la gioia di mantenere l´amicizia e l´affetto fraterno da quando ci siamo conosciuti. Roberto van der Ploeg è nato in Olanda ed è venuto al Brasile, ancora giovane, per studiare teologia nell´ITER – Istituto di Teologia di Recife, uno istituto mantenuto da Don Hélder Câmara, da cui lui è stato amico e fratello. Ma, Roberto non è solo teologo, è anche uno eccellente pittore riconosciuto dal suo disegno realista, dai collori vivaci che dimostrano la sua speciale sensibilità di comprensione e di immersione nella vita del popolo brasiliano del Nordest, la regione in cui lui oggi vive e tanto ama. Da questo suo testo, che segue, non mi resta che ricordare quello che ha scritto un´altra grande amica e teologa brasiliana, Ivone Gebara: “Andiamo tutte e tutti a cercare di fare lo stesso in tutto quello che facciamo”.


AMARE IL PROSSIMO
 *Roberto Ploeg [i]


Nel Vangelo di Lucca (Lc.10,25-37) c’è uno interessante dialogo tra uno scriba e Gesù di Nazareth. Si trata di una discussione rabinica, tipica del giudaismo, dove si apprende discutendo. Lo scriba domanda a Gesù: “Come ereditare la vita eterna?”. Si vede che l´uomo vede la vita nella terra in funzione della vita dopo la morte.

Gesù risponde, come buon pedagogo, con una domanda, in modo che l´interlocutore da sè stesso trove la risposta: “Che dice il Torah e come lo leggi?” Molto buono questo “come lo leggi”. 

Oppure “come lo interpreti?”, evitando qualsiasi fondamentalismo della unica ed esclusiva lettura alla lettera. Lo scriba risponde citando il Shema Israel, nel libro del Deuteronomio (DT.6,5) e un versicolo del libro Levitico (Lv.19,18): “Amerai al tuo Dio con tutto il tuo cuore, con tutta la tua anima, con tutta la tua intelligenza e con tutta la tua forza, e al tuo prossimo come a te stesso”. Trovo più pertinente la traduzione di questa ultima parte (Lv.19,18) di Franz Rosenzweig e Martin Buber, che dice: “Amerai al tuo prossimo che è uguale a te”. 
“Va bene, caro mio”, direbbe Gesù, come direbbe uno “pernambucano[ii], e continua: 
“Fai questo e vivrai!”, citando il Levitico 18,5.  

L´obbiettivo della conversazione, dello studio del Torah, è il fare, è la pratica, l´etica
dell´amore. Gesù dice che avrai vita (e no vita eterna). Il cielo è in funzione della terra. Eternità non come quantità infinita, ma come qualità infinita di vita. Ma l´uomo non è soddisfatto ancora. La discussione procede con lo stesso schema: domanda, domanda (replica), risposta (treplica), affermazione ed esortazione. 

Adesso la domanda è: “Se servire a Dio è amare il prossimo, chi è il mio prossimo?”
Allora Gesù conta la parabola del Buono Samaritano e conclude con la domanda: “Quale dei tre è stato il prossimo dell´uomo che è caduto nelle mani di ladri?” La risposta: “Quello che ha dimostrato misericordia”. Esortazione finale: “Eccoci, vai e fai lo stesso!”.

Guardando con più attenzione si percepisce che Gesù inverte la domanda dello scriba. “Chi è il mio prossimo?” si transforma in: “Qui si è fatto prossimo?” Vuol dire, io non ho un prossimo, io stesso sono il prossimo! Io mi faccio prossimo nell´avvicinarmi dell´altro. Perché succeda questo movimento si ha bisogno di una qualità. La struttura narrativa lascia ben chiaro qual´è.

Abbiamo la scena di un´uomo rubbato e ferito in´una strada molto pericolosa, la strada di Gerusalemme, sulle montagne verso Jerico, la città che è la più bassa del mondo in localizzazione (258 metri al livello del mare), un declivio terribile e pieno di curve.

È quando scende un sacerdote, vede l´uomo ferito e passa avanti. Subito dopo scende un levita, vede e passa avanti. Non c´è d´ammirarsi. Noi, probabilmente, avremmo fatto la stessa cosa, diffidando da una trappola con paura di uno assalto. Con il samaritano succede diversamente. Lui scende la strada, vede la scena, prende compassione, avvicinasi ed aiuta l´uomo ferito. Quello che cambia la direzione del suo movimento - di passare avanti per aprossimarsi - è la compassione.

C´è nel testo greco del Nuovo Testamento una parola strana per dire “avere compassione”. I greci trovano difficoltà nel tradure l´ebraico “nikmeru rachamav”, che letteralmente significa “suo utero si è conttrato”. Misericordia e utero hanno, in ebraico, la stessa radice: utero, collo materno, compassione. Organo che riceve la vita, fa crescere la vita e dona la vita alla luce, è espressione di compassione, di misericordia. Perchè noi possimo amare il prossimo, tornarci prossimo dell´altro, abbiamo bisogno di sapere amare non soltanto con il nostro cuore, la nostra anima e la nostra intelligenza, ma, sorpratutto, con le nostre viscere, il nostro collo materno, la nostra pancia.

Hai pensato?!
Non solo la devozione al Sacro Cuore di Gesù, ma abbiamo bisogno di avere devozione al Sacro Utero di Maria! Si tratta della qualità dell´empatia, dell´identificazione e della conseguente solidarietà creattiva con l´altro.
Gesù finisce la conversazione dicendo: “Vai e fai lo stesso!”.
Ebbene, facciamo! Un Natale con passione!
Felice Natale e tutto di buono per 2015!





[ii] Quello che è nato nello stato di Pernambuco, in Brasile.

Immagine: Pittura di Roberto van der Ploeg : "Dato alla vita" - olio su tela, 0,30 x 0,35 cm. 2008.

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