Vanise Rezende - clique para ver seu perfil

ECONOMIA DI COMUNIONE - ASSESTAMENTO BRANQUINHA - AL

11 junho, 2016

Da circa vent´anni si è iniziata una storia di contadini – nel municipio di Branquinha (stato di Alagoas), Nord-est del Brasile – che sono stati scacciati di quelle terre abbandonate, occupate da loro per produrre viveri di sussistenza. 

Allo stesso modo che nei tempi della colonizzazione gli “scopritori” della “Terra di Santa Croce” hanno espulsato i popoli indigeni dai campi che coltivavano, oggi gli occupanti di terre non coltivate sono espulsi dai “signori” di forma ilegale e violenta.

Il nome Zumbi dei Palmares – dato allo assestamento ufficiale delle terre incolte un giorno conquistate da quelli contadini – è un omaggio a uno dei grandi leader della resistenza degli schiavi neri nel “Quilombo dos Palmares”, in Alagoas. Il giorno della sua morte – 20 novembre – si comemora, in Brasile, il giorno della coscienza nera.




L´occupazione si è seguida dell´assestamento ufficiale delle terre in diverse proprietà, proprio lì dove passa il fiume della Bianca. Era l´anno 1996. Le famiglie dei contadini stanno abituate a raccontare la loro storia, e non dimenticano i diversi apoggi che hanno ricevuto da quando è stata rializzata una ricerca, negli anni 2000, dalla professoressa Cristina Lira, dell´Unversità Federale di Alagoas.




Tutto è stato iniziato con un´audace domanda fata dai contadini alla chiusura del suo lavoro. Al momento di ringraziare la collaborazione dei contadini, la professoressa è stata sfidata: – Ora che ci conosci, e sai la nostra situazione, ci lascerai soli?

Non sono stati abandonati.
La professoressa – apoggiata dal Movimento dei Focolari al cuale appartiene – ha cercato degli appoggi per quella comunità. Non solo l´Università Federale di Alagoas, ma anche la Seagri – Segreteria dell´Agricoltura di Alagoass ed il Sebrae – Servizo Brasiliano di Appoggio ai Micro e Piccoli Imprendimenti, e anche l´Emater, (una statale di attenzione ai campesini) hanno collaborato con diversi corsi ed informazioni tecniche per lo sviluppo del loro lavoro.


Più tarde l´Istituto Mondo Unito ha concepito um progetto per strutturare le attività dell´Aproagro – l´Associazione agroecologica della comunità che oggi conta con cerca di venti famiglie di produttori agroecologici, alcuni di loro con certifica per vendere dei prodotti nei mercati dei municipi vicini.


L´Aproagro è stata premiata da poco con un camion per il trasporto dei suoi prodotti ai punti di vendita. Sembra una conquista inusitata in un processo di lotta così disuguale. Ma è stato giustamente il riconoscimento della sua storia de resistenza e di conquiste che la hanno messa tra le associazzioni che hanno meritato la premiazione. Comunque,  ancora hanno delle necessità latenti.


In conversazione con delle donne, ho domandato loro su l´appoggio che hanno ricevuto per imparare come organizzare la loro produzione e la vendita dei loro prodotti. La risposta fu immediata e molto chiara: “La professoressa Cristina è stata una ponte per noi. Tutto si è iniziato con lei.”
“Noi prima  eravamo già organizzate, ma non sapevamo come migliorare, pensare il lavoro concreto della terra. Lei ha trovato opportunità di formazione per noi, perchè imparassimo ad arrivare dove volevamo. Noi volevamo, ma non sapevamo come arrivare là.”
 – “Abbiamo avuto corsi per imparare a organizzare un negozio – questa cosa di coltivare, calcolare il valore del prodotto e metterlo nel mercato... Abbiamo imparato che per trovare il valore del prodotto tu devi pensare non solo al lavoro della produzione, ma anche all´energia che ci mettiamo per curare la terra.”
La piccola chiesa e la sede dell´associazione (una sala, un spazio adetto alla cucina ed un piccolo bagno) sono stati costruiti nell´area delle edificazioni comuni della terra occupata. La sede è semplice, però adetta alla realizzazione di riunioni e ai lavori di segreteria della associazione.

L´Aproagro s`incorpora al sistema produttivo locale adotato dal município per la produzione di arangi e di banane. 

Alcune famiglie dell´Aproagro hanno conquistato il sigillo della produzione di organici, con diritto alla venda dei loro prodotti nei mercati dei municipi vicini. l 



I buoni risultati della produzione e la vendita nei mercati apperti sono visibili. 

La qualità delle case delle famiglie è una prova incontabile  dei risultati della loro attività, anche se la demanda di acquisto dei municipi sia ancora più grande che l´offerta.

Il dono è un´atittudine presente alla cultura della associazione. Il camion, per esempio, non solo concorre a portare i loro prodotti  alle città vicine, ma è un bene che serve anche ad altri produtori agroecologici che lo approffitano per portare la loro produzione.

Nel percorso della nostra visita, le donne hanno avuto che affrontare dei “nemici” molti esperti, come gli atuali membri dell´Associazione Zumbi dei Palmares, dalla quale anche loro fanno parte. Sono degli uomini che – fondati nell´eredità profonda del maschilismo culturale resistente e violento  – non sopportono vedere le donne organizzandosi e crescendo per il loro proprio conto, il che provoca atittudini d´invidia e di cattiveria contro di loro.

Infatti, sono arrivati di sorpresa per distruggere una protezione,  iniziata dalla comunità, intorno alla piccola chiesa vicina alla sede della Aproagro. Una delle donne gli ha affrontato con firmezza e coraggio. 

Questo mi ha portata a desiderare di vedere un giorno – i due gruppi di contadini che hanno ricevuto quelle terre da coltivare per la loro sopravivenza – presentandosi con un pò più di coraggio per affrontare il dialogo tra di loro, nella costruzione della concordia e della mutua collaborazione.

Conoscere questo proggeto è stata una esperienza che ci donna grandi speranze. In modo speciale perchè si trata di campesini che imparano a svolgere i loro negozi e, allo stesso tempo, esercitano i valori della gratuità e della solidarietà. 

L´apoggio del movimento Economia de Comunione ha aiutato queste persone a mobilizzare idee, informazioni, equipaggi, talenti e beni relazionali, e a mantenere viva la forza di costruire assieme giorni migliori.  


Credito delle Immagini

1. 
Occupazione delle terre in Brasile - www.g1.globo.com - Jonathan Lins.
2. Equipaggiamento Sociale - pt.slideshare.net - Majaalfor           
3. Piantagione di Aranci - foto di mmcbrasil.com.br
4. Partecipazione  con idee disegnate dai contadini. Foto di Carlos Xavier. 
5. Uomini dell`Associazione  “Zumbi dos Palmares”. Foto: Williams Souza. 
6 e 7 – Vendita dei prodotti agroecologici dell´Aproagro - divulgazione.

Nota:  Le immagini pubblicate in questo blog appartengono ai suoi autori. Se qualcuno possiede il dirtto di una di queste e desidera che sia rimmossa, per favore si comunichi con: vrblog@hotmail.com













ECONOMIA DE COMUNHÃO - ASSENTAMENTO BRANQUINHA - AL

10 junho, 2016

Há cerca de vinte anos começou uma história de trabalhadores rurais do Acampamento de Branquinha (estado de Alagoas),  que foram expulsos de terras devolutas e ocupadas por eles, para plantar e viver da sua produção, no Nordeste do Brasil. Esse fato nos remete aos  tempos  da  colonização. Da mesma forma que os  “descobridores”  da Terra de Santa  Cruz expulsaram os povos indígenas dos campos que a cultivavam, hoje os posseiros que cultivam terras devolutas são expulsos por grileiros, de forma ilegal e violenta.


O nome  Zumbi dos Palmares – dado ao assentamento um dia conquistado por aqueles trabalhadores – homenageia um dos grandes líderes da resistência dos escravos negros no Quilombo dos Palmares, também em Alagoas. No  dia  de  sua morte  – 20 de novembro – é  comemorado  o  dia  da consciência negra. 






A história do assentamento – onde passa o Rio da Branca, na cidade de Branquinha  – inicia em 1996. As famílias dos trabalhadores rurais estão habituadas a contá-la, e não esquecem os inúmeros apoios que receberam desde quando foi realizada uma pesquisa, nos anos 2000, pela professora Cristina Lira da Universidade Federal de Alagoas. 

Tudo começou com uma ousada questão, levantada pelos posseiros, ao término da pesquisa.  Ao  agradecer  a  colaboração  dos  assentados,  a  professora foi desafiada: – Agora que  conheceu a gente e sabe a nossa situação, vai nos deixar sozinhos?

Não foram abandonados. 
A pesquisa se reverteu em busca de apoios de toda 
ordem para aquela comunidade. Além da UFAL, receberam apoios da Seagri – Secretaria de Agricultura de Alagoas, do Sebrae – Serviço Brasileiro de Apoio às Micro e Pequenas Empresas e da EMATER-AL. 

Mais tarde, o Instituto Mundo Unido concebeu um projeto para estruturar as atividades da Aproagro – Associação Agroecológica de uma das comunidades do mesmo assentamento, que conta hoje com cerca de vinte famílias de produtores agroecológicos, alguns deles  com  certificação  para  vender produtos nas feiras orgânicas dos municípios vizinhos.


A Aproagro recentemente foi premiada com um caminhão, para transportar seus produtos às feiras dos municípios vizinhos. Parece uma conquista inusitada num processo de luta tão desigual.  Mas  foi  justamente  o  reconhecimento  da sua  história  de  resistência  e  de  conquistas,  que  a  colocaram  entre  as associações merecedoras  da  premiação. Contudo,  a comunidade ainda tem necessidades latentes.


Em conversa com as mulheres, perguntei qual foi o apoio que elas receberam para aprenderem como organizar sua produção e a venda de seus produtos. A resposta foi imediata e muito clara: - A professora Cristina foi uma ponte pra gente. Tudo começou com ela. 

"Antes, a gente já tava organizada, mas não sabia como melhorar, pensar no negócio concreto da terra. Ela foi procurar formação pra gente aprender a chegar onde queria. A gente queria, mas não sabia como chegar lá".   – “Tivemos cursos para aprender a cuidar do negócio, até pra esse assunto de plantar, colher, calcular o valor e colocar no marcado... No preço você joga o trabalho da produção e a energia que a gente botou pra cuidar”.  

No percurso dessa história, as lideranças femininas locais tiveram que enfrentar “inimigos” muito espertos, como os atuais membros da Associação Zumbi dos Pallmares da qual também elas fazem parte. Trata-se de alguns homens que – fundados na herança profunda do machismo cultural resistente e violento – não suportam ver as mulheres se organizarem e crescerem por conta própria, o que provoca atitudes de inveja e de maldade contra elas.


Por ocasião de nossa visita ao assentamento, eles chegaram sem avisar, e derrubaram o muro iniciado pela comunidade para proteger a pequena capela do assentamento, construída próxima à sede da Aproagro.  
Uma das mulheres os enfrentou de forma firme e corajosa.  Mesmo  assim, fiquei a me perguntar quando as duas partes terão mais coragem ainda para enfrentar o diálogo, a construção da concórdia e da mútua colaboração entre a Aproagro e a associação do assentamento Zumbi dos Palmares. 

A pequena capela e a sede da associação (uma sala, um arremedo de cozinha e um sanitário)  foram  edificadas  na  área  comum  do  acampamento  para  os equipamentos sociais. A sede – embora simples – está bem equipada para a realização de reuniões, e o funcionamento da secretaria da associação.

A Aproagro é incorporada ao sistema de Arranjo Produtivo Local, adotado pela prefeitura para a produção de laranja lima e de banana. 

Algumas famílias da Aproagro possuem o selo de produção de orgânicos, com direito a vender nas feiras municipais.
Os bons resultados da produção nos lotes do assentamento,  e da venda nas feiras são visíveis. A qualidade das residências das famílias dos produtores da Aproagro é uma prova inconteste dos resultados financeiros dessa atividade, embora a demanda nas feiras de orgânicos dos municípios, ainda seja maior que a oferta.




A partilha é uma atitude presente na cultura da associação. O caminhão, por exemplo, – além de concorrer à mobilidade dos produtos para as feiras nas cidades vizinhas – é um bem utilizado também pelos produtores agroecológicos de outros assentamentos, que aproveitam para levar seus produtos às feiras, junto às famílias da associação.


Conhecer esse projeto é uma experiência que enseja grandes esperanças. 
Especialmente por se tratar de produtores e produtoras rurais que aprendem a desenvolver seus negócios e, ao mesmo tempo, exercitam os valores da partilha e da solidariedade. O apoio do movimento Economia de Comunhão levou essas pessoas ao aprendizado de mobilizar ideias, informações, equipamentos, talentos e bens relacionais, e a manter sempre viva a força de construírem juntos dias melhores.   












[i] Zumbi dos Palmares  nasceu no estado de Alagoas no ano de 1655. Foi um dos líderes da resistência negra à escravidão, no Quilombo dos Palmares, um dos locais para onde os escravos fugiam em busca da liberdade. Ele é considerado hoje uma grande figura da historia brasileira. O dia  de sua morte  – 20 de novembro – é comemorado o dia da consciência negra. 

Crédito das Imagens

1. Ocupação de terras - www.g1.globo.com - foto de Jonathan Lins.
2. Equipamentos Sociais do assentamento - pt.slideshare.net - Majaalfor
3. Laranjal - foto de mmcbrasil.com.br
4. Ideais desenhadas e escritas por produtores da Aproagro. Carlos Xavier. 
5. Homens da Associação Zumbi dos Palmares, chegam sem avisar e derrubam       a proteção feita em torno da pequena igreja. Foto de Williams Souza. 
6 e 7 - Feira dos produtos agroecológicos e orgânicos das famílias da Aproagro - na UFAL - divulgação.

Nota:  As  imagens  publicadas  neste  blog  pertencem aos seus autores. Se alguém possui os direitos de uma delas, e deseja que  seja removida deste espaço,  por favor entre em contato com: vrblog@hotmail.com
















ATITUDE ÉTICA - QUEM FEZ MINHAS ROUPAS?

04 junho, 2016



Responsabilidade para tecer tramas do pensar, agir e vestir com ética.
Hoje, trazemos a este espaço um tema já abordado neste blog, sobre a responsabilidade ética de nossas escolhas no momento de adquirir roupas prontas para nosso uso pessoal ou para presentear os que amamos. Trata-se de uma entrevista feita por por Leslie Chaves a Fernanda Simon - e copiada aqui, em parte, de modo a possibilitar a sua publicação neste espaço. (i)
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Entrevista com Fernanda Simon
Por: Leslie Chaves





Fernanda Simon é consultora de moda, graduada pela Faculdade Santa Marcelina, de São Paulo. Morou durante sete anos em Londres (Inglaterra), e se especializou na área de moda sustentável. Hoje coordena o Fashion Revolution Brasil. É consultora e também sócia-fundadora da agência brasileira UN Moda Sustentável.

Este ano o Fashion Revolution está promovendo a campanha “Quem faz as minhas roupas?” com o intuito de chamar a atenção para as condições de trabalho na indústria da confecção de moda, e exigir transparência e ética no circuito de produção e circulação dos produtos. Além disso, pretende construir um elo de corresponsabilidade ética entre  costureiro e consumidor.

A importância de se retomar esse elo – diz a entrevistada - é a de aprender a valorizar as pessoas que produziram as roupas que compramos. E afirma: O trabalho desses profissionais é muito importante mas, em geral, essas pessoas acabam escondidas atrás da roupa que produzem, e não pensamos em como se dá todo o processo de produção e em que condições e ambientes essa produção aconteceu.

Seguem trechos da entrevista:

IHU On-Line – A moda pode ser um agente político? De que maneira?

Fernanda Simon – Com certeza a moda é um ato político, pois somos responsáveis por tudo que compramos. Ao adquirirmos algo, passamos a fazer parte do “carma” daquele produto.  Quando o compramos, estamos compactuando não só com sua origem, mas também com seu destino após o uso. Quando compramos um produto feito por mão de obra escrava ou produzido com matéria-prima que provoca impactos ambientais, estamos alimentando esse processo e contribuindo para que ele continue acontecendo. Da mesma forma temos que pensar no seu pós-uso.  O produto que estou comprando pode ser reciclado, ou vai virar lixo? Para onde ele vai? São questões com as quais precisamos nos preocupar. Ao tomar consciência desse processo, estamos começando a refletir sobre qual o tipo de mundo que queremos.

IHU On-Line – Quais são os custos e impactos da indústria da moda em seu ciclo desde a produção até o consumo?

Fernanda Simon – Há questões dos impactos ambientais e sociais que não são calculadas no preço final dos produtos. Em relação ao custo ambiental, a indústria da moda é a que mais polui no mundo. Cerca de 20% das águas contaminadas industrialmente são provenientes da indústria da moda. Fora isso, há ainda o problema das plantações de algodão, muitas são transgênicas e prejudicam o solo e também os trabalhadores. Por exemplo, na Índia  há estudos comprovando que - nos últimos 16 anos - cerca de 250 mil camponeses se suicidaram por problemas econômicos, em decorrência do monopólio da semente do algodão, originando uma crise humanitária  no país.

Ainda há o dilema dos resíduos que sobram dos processos de corte. Cerca de 15% dos resíduos de corte acaba indo para o lixo. Esse material poderia ser reaproveitado, mas na maior parte das vezes isso não acontece. No outro extremo da cadeia produtiva, as roupas que deixam de ser usadas pelos consumidores também acabam tendo como destino o lixo, sem reutilização. Então, há inúmeros fatores ambientais que não são considerados na hora da compra de uma roupa.

As questões sociais também geram um alto custo à produção da moda. Um dos exemplos é o acidente que aconteceu em Bangladesh, quando - em abril de 2013 - o complexo industrial Rana Plaza desabou, matando mais de mil pessoas e ferindo gravemente mais de duas mil. Infelizmente, esse tipo de acidente acontece com frequência. Em abril de 2016, também na Índia, houve um incêndio em um prédio onde funcionava uma fábrica de roupas, por falta de segurança no ambiente de trabalho.

Essa mesma realidade se reproduz no Brasil, onde há situações de trabalho análogas à escravidão, em diversas confecções. Em São Paulo isso é muito comum. Muitas vezes estão envolvidas marcas famosas, que são autuadas com bastante frequência. Nós geralmente não pensamos em como e por quem foram produzidas as roupas que compramos, se foi em uma confecção legal; se os trabalhadores eram tratados com dignidade; quais foram os impactos causados pelo tecido, como, por exemplo, o jeans, que passa por diversos processos de lavagem, além de toda a água que já é utilizada para a produção dessa matéria-prima, em seu tingimento e beneficiamento. O curioso é que grandes milionários do mundo são os donos das marcas que são autuadas por trabalho escravo, no processo de produção. (...) 

IHU On-Line - O que é moda sustentável? Esse conceito também inclui a dimensão social?

Fernanda Simon –  O conceito da moda sustentável também considera as  questões sociais, até mesmo porque o desenvolvimento sustentável consiste no equilíbrio dos âmbitos econômico, social e ambiental. Definir moda sustentável é um pouco difícil, porque é impossível esse setor ser totalmente sustentável. Na verdade, sustentável mesmo é manter as roupas que já existem, porque toda vez que se vai produzir um produto novo, algum impacto ele vai deixar. (...)

IHU On-Line – No Brasil, como está o desenvolvimento do conceito de moda sustentável?

Fernanda Simon – O desenvolvimento do conceito de  moda sustentável  ainda está começando, no Brasil, mas já existem profissionais brasileiros que trabalham com essa concepção, e que já criaram marcas com essa base. Isso é muito importante porque atualmente existem outras companhias que cresceram muito, mas que nunca tiveram esse conceito de sustentabilidade, então elas acabam precisando voltar atrás para rever todo o seu processo de organização e produção, e tentar seguir esse caminho. Algumas organizações têm uma preocupação mais social, outras se ocupam mais com a questão ambiental, como a gestão dos resíduos, e também há as que têm um conceito mais slow, isto é, produzem num ritmo menos acelerado, produtos com maior durabilidade, em ateliês menores etc. O conceito de sustentabilidade na moda é muito mais difundido e há mais tempo, em outros países. No entanto, nesses dois últimos anos, com a Fashion Revolution  atuando no país, tenho percebido um crescimento surpreendente da noção e produção sustentável na moda.

IHU On-Line – Em que consiste o Fashion Revolution? De onde partiu a iniciativa?

Fernanda Simon – O movimento Fashion Revolution iniciou em 2013, quando aconteceu o desastre em Bangladesh (...). A partir desse acontecimento, alguns profissionais da Inglaterra, que já tinham a preocupação em trabalhar com uma moda mais voltada à sustentabilidade, mais ética e interessada no bem-estar dos trabalhadores, se reuniram e decidiram organizar um movimento para ressaltar a gravidade do desastre e não permitir que ele fosse esquecido. Assim que esse grupo fundador se fortaleceu em Londres, em outros países pessoas que também tinham esse engajamento aderiram à mobilização. (...) Incentivamos os consumidores a se questionarem e também a questionarem as marcas de sua preferência. Nossa ideia é voltar a conectar o elo quebrado entre o consumidor e o costureiro, pois, muitas vezes, nem as próprias marcas sabem quem produziu a roupa que elas vendem.

Estamos há pouco mais de dois anos no Brasil. Atuamos nas frentes de conscientização e educação, em que temos nosso maior enfoque, com a realização de palestras nas universidades, cursos de moda e outras atividades, pois acreditamos que os novos profissionais são os responsáveis pelo futuro da cadeia produtiva da indústria da moda. Em abril nós tivemos a celebração da Fashion Revolution Week de 2016, quando foram promovidos mais de 40 eventos em 25 cidades diferentes, com a participação de 27 universidades nessas ações. (...)


IHU On-Line – Deseja acrescentar algo?

Fernanda Simon – Gostaria de convidar as pessoas a se engajarem nesse movimento e a refletirem sobre esse tema, questionando as marcas sobre os processos de produção da indústria da moda e reivindicando que valores como sustentabilidade, colaboração, justiça e igualdade sejam considerados pelas companhias. E não só pelas companhias, mas também pelos consumidores, pois somos parte dos problemas e das soluções que envolvem a concepção e a circulação desses produtos. Assim, todos nós podemos exigir mais transparência e ética nessa cadeia produtiva e fazer com que as coisas aconteçam de um modo diferente.

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(i) Entrevista publicada na revista IHU On-Line no.486, de 30/05/2016, e republicada em “Carta Maior”, em 04/06/2016.

Confira a íntegra da entrevista em:
www.ihu.usininos.br/entrevistas/555936-responsabilidade-para-tecer-tramas

 Créditos das imagens:

1.    Faschion Revolution Brasil – ilustraçãodo do artigo in: www.ihu.usininos.br
3. Passeio no Parque - Claude Monet - divulgação.
4. Mulher ao espelho - Iman Malek (iraniano) - Galeria do pintor.
5. O japonês - Anita Mafaltti - www.enciclopediaitaucultural.org.br

Nota:  As  imagens  publicadas  neste  blog  pertencem aos seus autores. Se alguém possui os direitos de uma delas, e deseja que  seja removida deste espaço,  por favor entre em contato com: vrblog@hotmail.com


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